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Esercizi spirituali 2021 – Prima meditazione

IL DESIDERIO SFAMATO (Mc 8,1-9)

Carissimi amici di San Bernardo, di San Giovanni, di San Michele, carissime Consorelle di Sant’Anna, a voi il mio saluto più caro, il mio augurio di una buona Quaresima, ormai quasi al termine, per fare una Santa Pasqua. Un saluto tutto speciale, amichevole, veramente fraterno a don Giovanni, che ancora una volta ha voluto far fare un po’ di penitenza alla propria parrocchia, per cui ha chiesto ancora una volta a questo povero frate di spezzare la Parola con voi. Avrei voluto quest’anno stare con voi, ma di nuovo la situazione pandemica non ce l’ha permesso; in più la mia comunità dal 18 di questo mese, la vigilia di San Giuseppe, è entrata in quarantena fino al 31 di marzo, speriamo termini lì, in quanto vi sono stati dei casi di Covid all’interno della nostra comunità, nulla di grave – e sperando che la Vergine ci protegga sempre – però sicuramente anche questo avrebbe impedito la mia presenza in mezzo a voi.

Noi usiamo regalarci vicendevolmente la possibilità degli esercizi spirituali; gli esercizi spirituali sono uno strumento, un tempo che fondamentalmente vogliamo dedicare all’ascolto dello Spirito Santo e alla Parola di Dio, lo cogliamo fare attraverso la preghiera e attraverso lo spezzare in modo semplice questa Parola.

Vi saranno due modalità che useremo quest’anno così particolare: la prima è quello del testo cartaceo (don Giovanni offrirà, al tempo che lui riterrà opportuno, il testo delle meditazioni. Il testo delle meditazioni scritte sarà molto più approfondito e molto più composito, proprio perché lo scritto permette un maggior approfondimento perché non c’è la fretta di leggerlo, ma c’è la pazienza di comprenderlo, quindi io con il testo vado passo per passo, rileggo quello che più mi interessa, salto quello che non mi interessa, ritorno, e quindi lo posso pasticciare un po’ come io desidero, e questo aiuta l’approfondimento del testo della Parola. In queste nostre conversazioni che faremo insieme io – certo – manterrò sempre le grandi linee del testo ma farò una sintesi applicativa, in modo tale che diventi anche più semplice l’ascolto e sia anche più utile nella meditazione.

Perché si fanno gli esercizi? Perché è necessario prepararsi a un grande evento, gli esercizi spirituali quaresimali sono un’opportunità straordinaria per far sì che questa nostra Quaresima così particolare che stiamo attraversando non passi inosservata, non sia semplicemente un tempo passivo ma sia un tempo attivo, che io vivo, nella tribolazione, nella prova, perché la pandemia sicuramente ha cambiato tante nostre abitudini, persino comunitarie cristiane, ma questo non deve farci perdere l’unica cosa che è importante, che è mantenere lo sguardo fisso su Gesù. E quando tu mantieni lo sguardo fisso su Gesù ricordi al tuo cuore, quasi come ritorno, come feedback cristiano: “Tutto quello che avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli lo avete fatto a me”. Ecco allora che guardare Cristo crocifisso e risorto significa porre l’attenzione sulla fraternità cristiana. 

Allora il tema di questa sera – tema che don Giovanni mi ha affidato: Passio Christi, passio ominis (Passione di Cristo, passione degli uomini), un tema che aveva accompagnato l’ostensione della Sindone qualche tempo fa. Ma non bisogna dimenticare l’importanza di questo aspetto perché il Cristo Gesù è colui che ha attraversato e ha abitato e redento la nostra passione, donando vita, Egli che è la Vita. Allora il tema è la compassione, cioè il patire insieme, il soffrire insieme, l’abitare insieme la grande prova e la grande tribolazione per insieme sperimentare la promessa mantenuta; vi è una promessa, donata a ciascuno di noi – che è una promessa di vita – e questa promessa di vita viene mantenuta da Cristo Gesù. E noi cristiani, insieme, abitiamo la sofferenza, la prova, la tribolazione sapendo che tenendo fisso lo sguardo su Colui che ha imparato l’obbedienza dalle cose che patì, riusciamo a imparare l’obbedienza della fede, della carità, della speranza, anche attraverso l’esperienza così particolare della tribolazione e della prova.

Voglio introdurre gli esercizi con una preghiera presa da sant’Ireneo che ha scritto un testo contro le eresie (sant’Ireneo è un Padre della Chiesa molto importante). La preghiera dice così:

O Signore, 

ci comandi di seguirti non perché tu abbia bisogno del nostro servizio 

ma soltanto per procurare a noi la salvezza.

Infatti, seguire Te nostro Salvatore è partecipare alla salvezza

E seguire la Tua Luce è percepire la Luce

Il nostro servizio non apporta nulla a Te

perchè Tu non ha bisogno del servizio degli uomini

ma coloro che ti servono e ti seguono Tu doni la Vita, 

l’incorruttibilità e la gloria eterna.

Se Tu ricerchi il servizio degli uomini è per poter accordare, 

Tu che sei buono e misericordioso,

i tuoi benefici a coloro che perseverano nel tuo servizio

Perché come Tu, o Signore, non hai bisogno di nulla,

così noi abbiamo bisogno della comunione con Te

Infatti, la nostra gloria è di perseverare e rimanere saldi nel tuo servizio.

Questa è la preghiera, questo è l’augurio che faccio a me e a voi: perseverare nel servire il Signore. Servire il Signore, servite a Cristo Signore. E servirlo dove Lui si è posto, dove Lui è. Ecco allora che la compassione avrà 5 grandi passi: tre specifici della compassione e due della compassione che diventa non solo profezia ma promessa. Il primo grande passo – lo vedremo stasera – è la compassione radicale: Gesù mostra il volto misericordioso del Padre, il desiderio sfamato. Parleremo del Vangelo di Marco al capitolo 8, dal versetto 1 al versetto 9. Poi ci sarà la consolazione orante, cioè l’intercessione, poi la consolazione esistenziale, cioè la compassione di Cristo che diventa la compassione del discepolo. Questi 3 passi ci condurranno a un quarto passo, quando la compassione diventerà promessa mantenuta, e quando la promessa mantenuta diventerà consolazione annunziata.

Ma affrontiamo il primo grande testo: Mc 8,1-9. 

(E vi dico un segreto: quando impari la pazienza di leggere il Vangelo te ne innamori, non ne potrai fare a meno. La Parola di Dio ha questo dato affascinante, che nessun altro testo di letteratura, persino teologico, può avere, cioè è talmente affascinante che ti prende il cuore e l’animo, non ne potrai fare a meno, hai bisogno di sentire ancora una volta la dolcezza e farti nutrire dalla sua sazietà, diventi come un assetato, hai bisogno di leggerlo, leggerlo).

Lettura del brano di Vangelo

Ecco, uno potrebbe dire: “Beh, iniziamo con un miracolo semplice semplice, conosciutissimo: quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci”. Ma, amico mio, non è solamente una questione di miracolo per il miracolo: Gesù non è uno che necessita di fare qualcosa di spettacolare per darsi un tono; questa è la grande differenza tra Gesù e noi, ad esempio. Noi abbiam bisogno sempre di qualcosa di straordinario che ci dia quasi un faro sopra di noi perché altrimenti ci sentiamo sempre una piccola cosa, noi cerchiamo sempre qualcosa di straordinario. Quando tu incontri le persone, chiedi, le conosci, impari a conoscerle, è interessante le cose che ti dicono: le prime cose che ti dicono sono sempre o dei titoli o sono sempre delle cose fenomenali, mai nessuno che ti dica “vivo normalmente”. A me piace quando mi chiedono che cosa faccio nella vita: io rispondo sempre “faccio il frate, non basta? – è già impegnativo fare il frate”. I titoli, gli incarichi passano, invece le scelte di vita… sarebbe bello che quando incontrassi uno sposato mi dicesse “faccio lo sposo, il padre, la madre, il sacerdote”. Ciò che tu sei ti rende grande, non quello che fai; quello che fai è solamente l’esplicitazione di una condizione favorevole o più o meno favorevole. Ma la tua ricchezza è l’anima che ci metti dentro. Anche lavare i piatti la sera può diventare un’opera straordinaria e d’amore, dipende che animo ci metti dentro.

Allora Gesù si ritrova di nuovo con molta folla: questo è un dato bello, Gesù attira molta folla. E questa folla per Gesù è un’occasione per proclamare il Regno di Dio. Veramente in un altro passo la folla viene definita come “pecore senza pastori”, cioè come un gregge che non sa dove andare. Gesù ha compassione di questa folla, perché ha compassione non tanto della fame fisica, ma della fame di conoscenza della Parola di Dio. E qui sentiamo il profeta che dice “manderò il digiuno nel paese, perché abbiano fame non di pane, abbiano sete non di acqua ma di ascoltare la Parola di Dio”. E’ interessante, noi siamo circondati dalla Parola di Dio, dalle letture alle Messe, da chi recita il breviario, alle app religiose, dalle radio religiose, dai libri, dai video, dalle dirette, da facebook, da quel che volete, eppure continuiamo ad essere a digiuno, perché? Perché le troppe parole ci passano sopra, non ascoltiamo più, siamo talmente assuefatti all’ascolto che ormai da qui ci entra e di là ci esce. Giustamente il mio priore diceva oggi a tavola “a volte nella Liturgia ci sono troppe parole”. E’ vero, a volte usiamo troppe parole. Siamo in una società che vive con il telefonino in mano, quasi fosse una continuazione del nostro corpo, eppure siamo profondamente soli. E come mai? Gesù tocca questo desiderio della solitudine, il desiderio che ci sia qualcuno nella mia solitudine. Sfamo un desiderio profondo. E questo desiderio profondo viene sfamato dalla Sua stessa persona. E’ interessante questa contrapposizione: di nuovo molta folla e non avevano da mangiare. Gesù è un uomo concreto: guarda, percepisce il desiderio profondo di ascoltare la Parola – una Parola vera, che ti cambia il cuore – ma Gesù ha compassione della nostra umanità, spesso fragile, debole, spesso capace di venir meno nel cammino. E’ bellissimo quando si parla del versetto 2: “ormai da tre giorni stanno con me” – bello questo, tre giorni stanno con Gesù – “ma non hanno da mangiare”. Cioè Gesù li ha nutriti con la Parola ma è ora di nutrire anche l’aspetto fisico, del corpo. Gesù non è semplicemente un maestro di vita, Gesù è IL Signore che è Provvidenza, e che viene in tuo aiuto proprio donandoti ciò di cui tu hai maggiormente bisogno. E dice Gesù al versetto 3: “Se li rimando digiuni, verranno meno lungo il cammino”: questa è la prima grande riflessione che voglio fare questa sera. Ti accorgi che attorno a te ci sono persone che potrebbero venir meno nel cammino cristiano? Cosa significa “venir meno nel camino”? Cosa significa avere la preoccupazione che qualcuno non ce la faccia? Le nostre comunità sono animate da questo desiderio di sovvenire a coloro che vengono meno? Oppure siamo quelli duri e puri per cui da noi ci sono solo quelli che ce la fanno? Siamo della tesi che la nostra comunità è aperta a tutti oppure siamo della tesi che la nostra comunità non è fatta per i deboli di cuore, per cui chi è fragile, chi è debole, via, è meglio che se ne vada? E’ molto facile escludere i più deboli, perché è faticoso fare del bene a loro. Perché magari tu vorresti essere particolarmente dinamico, slanciato, propositivo, però magari dietro di te hai qualcuno che fa resistenza perché non ce la fa. E allora? Allora ti arrabbi, dici “ma caspita, mi sento legato, mi tarpano le ali”, ma la questione non è se tu voli, la questione è se tu hai delle ali di Icaro, che si sciolgono al sole, o se le ali della fraternità, capace come l’aquila di portare i suoi piccoli sulle alte cime. Gesù è quest’aquila, Gesù ha grandi ali, Gesù vuole che nessuno venga meno. Nessuno deve venire meno durante il cammino. E chiama i suoi discepoli, chiama ciascuno di noi, per far sì che questi fratelli non vengano meno. Continua Gesù: “Ho paura, se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino. E alcuni di loro sono venuti da lontano”: interessante, come fa Gesù ad accorgersi che alcuni sono venuti da lontano? Noi ci accorgiamo se qualcuno viene da qualche esperienza lontana? Ci accorgiamo se qualcuno ha bisogno di un’attenzione particolare? Io penso ai giovani, sicuramente, che necessitano di una comunicazione del Vangelo con un linguaggio diverso, con un linguaggio magari più aderente alla loro cultura, però sono anche convinto che questi nostri giovani sono giovani che vivono molto lontano, molto lontano da quello che noi riteniamo essere un’appartenenza e un vivere da cristiano ordinario. Gesù si preoccupa anche di loro. Ma penso anche a tanti adulti che sono tornati alla fede magari dopo vent’anni di allontanamento, che hanno sentito nel loro cuore la radicale nostalgia del ritorno, e anche loro devono avere nella comunità cristiana dei padrini e delle madrine che possono reintrodurli nel cammino cristiano. “Chiama i discepoli”, ma i discepoli sono fissati sulla fatica del momento, i discepoli non guardano all’occasione propizia per aiutare i fratelli, i discepoli guardano semplicemente alla difficoltà che hanno innanzi. Sentite la domanda che fanno i discepoli a Gesù: “Come riuscire a sfamarli di pane, qui, in un deserto?”. E’ interessante questo, i discepoli avevano già visto chi si poteva saziare, ma l’uomo dimentica, dimentica l’azione di Dio, si ricorda delle sue possibilità. Le nostre possibilità sono sempre uguali: c’è il deserto, manca il pane, se un po’ ne abbiamo teniamocelo. Il discorso è molto semplice: facciamo memoria dei nostri limiti, di quello che ci manca, dell’insufficienza, noi ci fermiamo sempre sull’insufficienza, e se anche abbiamo tanto diciamo “e se capita una carestia? E se ci capita un incidente? E se capita qualcos’altro?”. Facciamo sempre memoria dell’insufficienza di vita. E quanto più uno fa memoria dell’insufficienza, quindi sacrifica la vita a tutto questo. E si dimentica che il problema non è sommare ma condividere. Come riuscire a sfamare? Loro sanno quanto pane hanno. A volte nelle nostre comunità, nel nostro modo di essere cristiani, noi continuiamo a dire “ci mancano i giovani, però abbiamo questo gruppetto, teniamocelo stretto”. Avere sempre l’occhio sull’insufficienza, su ciò che ci manca, ci deprime. Noi dobbiamo invece condividere ciò che abbiamo. Io continuo a ripetere un brano dell’Antico Testamento che mi ha colpito in questi ultimi tempi: quando Mosè va a liberare il popolo di Israele e incontra il Signore – che lo manda a liberare il popolo appunto – nel roveto ardente, Mosè comincia a fare tante di quelle obiezioni – dal “non so parlare”, era balbuziente, dal “non mi crederanno”, dal fatto che era terrorizzato che doveva tornare in Egitto ad affrontare le sue paure (egli aveva ammazzato un uomo, un egiziano, e il faraone lo aveva saputo). Dio non risponde alle sue obiezioni, Dio gli chiede “che cosa hai in mano?” e risponde “un bastone”. Che cos’è n bastone? Niente, è un pezzo di legno per appoggiarsi, per difendersi magari. “Ebbene, con quel bastone farai prodigi”, quel bastone diventa un serpente, quel bastone fa sì che il Nilo diventi sangue, quel bastone squarcia il mare, quel bastone fa uscire acqua dalla roccia. E quello che noi abbiamo, se riusciamo a condividerlo, sfama i quattromila. Non è importante se siamo in pochi, non è importante se siamo vecchi, non è importante se non ci seguono: devi saper condividere, devi far sì che la tua vita sia una condivisione. La domanda non è “perché non ti segue?”, la domanda è “perché non siede con te alla tua mensa? perché non è lì accanto a te? perché tu non sei capace a condividere? Perché tu credi di non avere niente da condividere con lui. Quando noi diciamo popolarmente “non ho niente da spartire con te”, questo significa. No, dobbiamo smetterla di guardare all’insufficienza e dobbiamo imparare a condividere quello che abbiamo. Sentite un po’ quello che domanda Gesù al versetto 5: “Quanti pani avete?” – ciò significa che loro li avevano già contati. Rispondono “Sette”. Sette pani: cosa sono sette pani? In un altro passo simile a questo viene detto “cos’è questo per tanta gente?”. Sette pani. Poi si ricordano di avere anche qualche pesciolino. Sette pani. Sentite il versetto 6 com’è potente “Ordinò” – rarissimamente Gesù ordina: ordina al mare in tempesta di calmarsi nel Vangelo di Marco, ordina al demonio di uscire. Ordina alla folla, cioè ordina alla nostra paura di sedersi, “non aver timore di essere sfamato da Dio, non temere di essere sfamato da Colui che è Provvidenza, non pensare sempre di fare tutto da solo, ma cerca di rimetterti con fiducia nelle mani di Dio. “Ordinò alla folla di sedersi per terra”: per terra. E’ necessario che per condividere una vita, una fraternità, un vita vissuta devi avere i piedi per terra, devi avere quadi il tuo posto per terra, cioè devi saper stare realmente sull’oggettivo. Non vagare nel fantabosco, non vagare nella fantasia di “ah se fossimo, ah se avessimo, ah se potessimo”, ma sta al reale, cosa si può fare oggi, cosa si può fare ora. Chi può realmente farlo? Penso ad esempio alla possibilità – per me è un tema molto caro – della trasmissione della fede: quanti adulti potrebbero, se avessero più fiducia in Dio, rispondere alla chiamata del catechismo, dell’animazione ai giovani, della condivisione della parola con gli adulti. Io ringrazio quelle persone che in queste Domeniche di Quaresima si sono prestate a fare le animazioni dei centri di ascolto anche se quest’anno è stato fatto in chiesa: è vero, sono persone che non hanno particolari studi teologici per spezzare la Parola ma nella semplicità hanno voluto spezzare la loro fede, certo aiutati se volete, preparati, però si sono dati disponibili, pensate che bello se ce ne fossero stati 50 come loro, tutta la zona di San Bernardo, di San Michele e di San Giovanni sarebbe stata evangelizzata, pensati a quanti avrebbero potuto aiutare attraverso la visita agli ammalati. Ecco, concretezza, disponibilità, condivisione: questo è importante. Gesù continua: “Prese i sette pani” – qui ci ricorda moltissimo l’Eucaristia, è un gesto liturgico, eucaristico, per quanto non sacramentale – “Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero”. Allora: Gesù prende la tua disponibilità, prende quello che hai, quello che Gli offri concretamente, che per Lui non è insufficiente ma è la realtà dei sette pani. Li prende, rende grazie a Dio per quello che tu sei. Li spezza nella Sua Provvidenza e Misericordia. Li dona ai ministri, e questi li daranno alla folla. Cioè c’è sempre una mediazione, e questa mediazione è la mediazione della Chiesa: è la Chiesa che ti chiede e ti dà la possibilità, l’occasione di renderti disponibile. “Ed essi li distribuiscono alla folla”. Così fa anche con i pesciolini. Ma i versetti 8 e 9 sono straordinari: “Mangiarono a sazietà”: come si fa a sfamare 4000 persone con 7 pani e qualche pesciolino? E’ veramente un miracolo, ma il miracolo reale è il fatto che i discepoli si sono fidati dal Signore e si sono messi in gioco, e hanno voluto far sì che la solitudine di quelle 4000 persone che da tre giorni seguivano Gesù fosse realmente abitata, sfamata da un aiuto fraterno. Tu dove sei? Perché continui a nasconderti? Perché continui a dire “non mi interessa, non mi compete”? Perché adduci sempre degli ostacoli? Il Vangelo del Regno di Dio necessita della tua povertà, della tua semplicità, della tua disponibilità, del tuo tempo. Vuoi dire di no al Signore? Il Signore ti chiama, renditi disponibile. Lanciati. Non è un salto nel vuoto, è nelle mani di Dio. E Dio è sempre fedele alle Sue promesse. “Mangiarono a sazietà”: guardate che straordinaria abbondanza. Attenzione: noi siamo molto legati ai numeri, per cui se facciamo un incontro e abbiamo 200 persone è un dato straordinario, se ne abbiamo 10 vabbè l’abbiamo fatto per 10 persone. Avessi salvato anche solo un’anima sarebbe servito. Non c’entra, non guardiamo i numeri. Gesù non guarda i numeri. Gesù ha scelto 12 discepoli uno più sgangherato dell’altro, uno più limitato dell’altro. Se avesse voluto essere perfetti avrebbe scelto gli angeli, addirittura ha scelto dentro il suo traditore Giuda, e il suo rinnegatore Pietro, Giovanni che scappa nudo, tutte cose che ci siamo già dette, ma che vi ricordo. Allora: Gesù non ti scegli perché sei un fenomeno, Gesù ti sceglie perché ti ama, e c’è un atto di fiducia straordinario in te e per te, ed è per questo che Lui ti manda a predicare, e ti dice “prova, fidati di me, non aver timore, non aver timore”. Allora: nella mediazione che la Chiesa ti offe, nell’opportunità che la comunità locale ti offre c’è tanto bisogno: di sfamare. Io ritorno su questi due assi fondamentali: attenzione a fare memoria solo e unicamente dell’insufficienza dimenticandosi di ciò che si ha, pensando sempre che ciò che si ha, ciò che si è, è sempre qualcosa di carente. No, noi dobbiamo condividere: la compassione e la condivisione. Non tra un ricco e un povero ma tra poveri. Innanzitutto la condivisione di una fraternità semplice: io ci sono, tu ci sei, e già questo è un vantaggio. Secondo, la condivisione della fede: io ci sono, tu ci sei perché do ci ha chiamati, perché Dio c’è, e questo Dio è Padre, e se Dio è Padre non ci sono orfani sulla terra, e in Cristo Gesù noi siamo fratelli, siamo suoi figli, amati, benedetti, perdonati. Per questo la prima grande condivisione che dobbiamo fare è il perdono: non puoi arrivare a Pasqua con il rancore nel cuore, non puoi arrivare a Pasqua con la rabbia nel cuore, non puoi arrivare a Pasqua con questo strazio che ti dilania. Perdona. L’altra grande condivisione è il parlarsi: troppo spesso le nostre comunità sono contrassegnate da dei silenzi, silenzi assurdi, silenzi che sono pesanti, silenzi che sono farina diabolica, con cui il demonio crea un pane velenoso che è il sospetto, il giudizio, il commento continuo su tutto e su tutti. No, noi abbiamo bisogno del vero pane che è la parola di Dio. Negli ultimi minuti parlerò di come concretamente incominciare a sfamarci: il pane della parola, il pane dell’Eucaristia. E’ vero, vi do ragione, che forse in questo tempo di pandemia l’Eucaristia c’è venuta a mancare, voi siete stati benedetti perché avete un sacerdote che ha sempre mantenuta aperta la chiesa, sempre disponibile anche a costo di ammalarsi lui stesso, dovete benedire questo sacerdote, proteggerlo, parlarne bene, lo dico non solo perché è mio amico, ma perché ne vale la pena sul serio; se si lodasse lui sarebbe da rimproverare, ma se viene lodato da un altro che non ha nessun interesse per farlo prendetelo come verità. L’Eucaristia è importante, a Messa è importante, va bene c’è la diretta va benissimo, chi è malato posso capirlo, ma se puoi vai a Messa, se puoi vai a prendere la Santa Comunione. E legato a questo, il Sacramento della Confessione: il Sacramento della Confessione è importante non solo perché ti pulisce l’anima dai tuoi peccati ma perché è un celebrare la misericordia di Dio, perché la nostra memoria va convertita dalla memoria semplicemente di un’insufficienza alla memoria di una grazia, di essere stati perdonati, di essere amati, di essere ben voluti. E’ importante questo. E poi la condivisione si fa carità: è vero che siamo tutti quanti colpiti da questa pandemia, e anche economicamente sicuramente risentiamo del contraccolpo. Ma pensate: se succede questo a noi che tutto sommato avevamo un piccolo margine, ma pensate a chi è più povero, i più poveri sono diventati ancora più poveri, deboli, fragili e adesso addirittura inesistenti; dei poveri non si parla più, i poveri non si vedono più, tutti quanti ci chiudiamo nel nostro guscio, e come mi disse una persona “sa, Padre, c’è la crisi, non posso mica aiutare tutti”. Ma proprio perché c’è la crisi dobbiamo condividere quel poco che abbiamo. Non dobbiamo salvare nessuno, non dobbiamo risolvere il problema a nessuno, però possiamo condividere quel poco che abbiamo. Iddio ce l’ha dato perché noi lo possiamo condividere. Dobbiamo sempre ricordarcelo questo. Andiamo avanti: “E portarono via i pezzi avanzati: 7 sporte”, non solo vengono moltiplicati i 7 pani per i 4000, non solo mangiano a sazietà alla faccia di chi voleva invece trattenerlo, ma portano via 7 sporte piene, una sovrabbondanza. Quando tu ti dai al Signore, quando la tua vita è dono, quando tu condividi quel poco che hai, sarai strabenedetto. E c’è una frase evangelica straordinaria che dice “Una misura piena, abbondante vi sarà versata in grembo”. Iddio benedice nella profondità, nella profondità del dono, non perché sei un santo, non perché sei un fenomeno, ma perché hai il coraggio di metterti in gioco. Allora amico mio, è ora che tu incominci a pensare “cosa Dio vuole da me? come posso nel mio piccolo?”. Pensate quante anime potrebbero ricevere aiuto spirituale se ci fosse un gruppo bello, sostanziale, che prega il Rosario, sia da casa perché non possono venire in chiesa, sia in chiesa stessa, che si mettono d’accordo su un’ora e un giorno e insieme in comunione di preghiera pregano per. Caspita, straordinario! Sette sporte piene. I 7 doni dello Spirito Santo verranno riversati straordinariamente, con sovrabbondanza, alle parrocchie, alle comunità, ai fedeli, a coloro che sono lontani, a coloro che si sentono lontani da Dio, e che pensano che Dio li abbia abbandonati. E perché pensano questo? Perché sono stati abbandonati dai fratelli. “Dov’è, Abele, tuo fratello? Dov’è?”. “Erano circa 4000, e li congedò”. Interessante: Gesù non trattiene nessuno. Questo è l’ultimo pezzo che vi lascio: Gesù non è il padrone delle anime e delle persone, Gesù li congeda, li fa tornare a casa, ma dopo averli saziati con la Parola, con l’insegnamento del Verbo e dopo averli sfamati realmente attraverso un’esperienza di fraternità e potremmo dire di felicità incarnata, felicità incarnata: non è semplicemente Gesù che dà i pani moltiplicati ma li dà attraversi i discepoli. La folla vede il discepolo che dona il pane. Come il buon samaritano si prende cura: “Quello che spenderai di più te lo rifonderò al mio ritorno”. Gesù necessita del nostro impegno, Gesù necessita della nostra persona, vuole amare questo mondo attraverso di noi. Noi non possiamo dire di no al Signore. Allora amici carissimi: come concretizzare tutto questo? Nel testo che voi avrete ci saranno dei riferimenti che io questa sera non ho fatto per non allungare molto la nostra chiacchierata, però vorrei sintetizzare in questo modo: a mano chiusa, per possedere, è il principio di morte, oppure se la mano è aperta è un dono, è il principio di vita. Questa è la grande differenza: tu puoi stare in comunità con le mani chiuse (o come direbbe don Milani con le mani in tasca) oppure con la mano aperta. Nel dono ogni cosa diventa simbolica, e l’uomo vive di simboli: l’uomo non è come il cane che mangia dalla ciotola ringhiando al vicino; l’uomo mangia insieme. E il cibo diventa comunione. Straordinario questo, se pensate alla storia di Giuseppe venduto dai fratelli: quando lo gettano nella cisterna drammaticamente si dice “dopo averlo gettato nella cisterna, e mentre Giuseppe urla e grida dalla cisterna, i suoi fratelli si mettono a cena”. Ma cosa manca a quella cena? La vera fraternità, perché il loro fratello è stato venduto. Allora il cibo diventa comunione, diventa famiglia, diventa affetto: questo è il cibo che sazia. Il cibo non è solo conservazione dell’individuo, è comunione di persone. Così la sessualità tra le persone non è la conservazione semplicemente della specie, è comunione di persone. Cioè è proprio il valore simbolico che fa la differenza tra l’uomo e l’animale. Nelle stesse identiche cose. Il valore simbolico dà vita, dà ragione, dà senso, dà comunione. Il feticcio invece ti uccide, sacrifichi la vita per quello, sei sacrificato tu, e non vivi più tu e non fai vivere più neanche gli altri. Difatti il problema della nostra civiltà non è la mancanza di pane, è che abbiamo infinito pane, affoghiamo nel pane, ma non ci sazia. Bisogna fare tante diete, e neppure queste saziano. Direbbe il cardinale Biffi “sazi e disperati”, proprio perché ci manca la relazione: è questo il pane che sazia. E la relazione è il dono. Per cui la prima cosa: “prende i 7 pani e rende grazie”, cioè prende, non guarda, la cosa, ma guarda la persona che lo dona. Qui la relazione è con la persona, per cui è contento non della cosa ma della persona. Sono contento dell’amore che ricevo in questa cosa. Capite perché vi dicevo che anche lavare i piatti è straordinario? Perché è l’amore con cui lo fai. Pensate le tante persone che si danno da fare per la pulizia della chiesa, che magari lavano le tovaglie, che magari vanno a lavare la roba ai poveri. Cosa fanno di straordinario? Niente, ma è quel dono che Dio benedice. Ogni cosa è segno di grazia. E rendo grazie, restituisco amore: ciò fa entrare in circolazione l’amore in ogni cosa, in ogni creatura. E allora posso anche spezzare e dare, spezzare e dare: in quanto ricevo sono figlio, in quanto spezzo e dono son uguale al Padre. Non sono minorenne, minorato per tutta la vita, ma ho lo stesso spirito del Padre. L’amore che ricevo lo so anche dare. E’ il circuito della vita, del Figlio, di Gesù, che è il circuito della vita che c’è in ogni uomo. Se interrompi questo c’è la morte. Gesù è venuto a riaccendere questo circuito attraverso il dono di sé, attraverso il Suo Pane, attraverso l’Eucaristia, la sua vita, fraternità cristiana. E questo pane lo dà ai discepoli: vuol dire che continua ancora a darlo, a comunicarlo, non ha finito di farlo. E’ un’azione all’imperfetto se vogliamo, non è ancora finita. “E i discepoli”, cioè ciascuno di noi, dando questo pane di relazione, di fraternità, diamo ancora Lui perché Lui è il pane dell’amore. E l’amore è Dio. Noi comunichiamo Dio. E Dio si comunica attraverso il nostro condividere il pane, condividere la nostra vita. Questo breve versetto è la sintesi di tutta la Scrittura e rappresenta il modo nuovo di vivere dell’uomo. E’ l’uomo che prende, rende grazie, spezza, dona, come Dio. E’ l’uomo che diventa Dio. E’ diverso dall’uomo il lupo che afferra, ringhia e morde. L’uomo dona. Ecco, del pane dato così si mangia e ci si sazia. La grossa maledizione allora è mangiare e non essere sazi. Conosciamo tanti cibi che non ci saziano. Non basta mai il cibo se non c’è dentro il condimento dell’amore di chi te lo dà. Tant’è ver che il bimbo che manca di affetto mangia tanto, come mai? Una sgridata la ricompensi con un dolce: il bisogno di dolcezza. Ma di altre dolcezze hai bisogno. E’ comprensibile: con questo cibo mangi, vivi, e vivi a sazietà, ti dà la vita piena, la gioia, e avanzano 7 sporte. Ecco, amici miei, vorrei che voi pensaste a questo: farsi dono. Allora, diamoci un esercizio, vi suggerisco due elementi, sarà sempre così: un elemento più spirituale e un elemento più caritativo. Quello spirituale è questo: vi chiedo di prendere in mano il Vangelo secondo Marco e leggere questo capitoletto che ci siamo dati. Leggetelo e continuate, leggete tutto il capitolo 8 del Vangelo di Marco, e poi chiedetevi “che cosa il Signore dice a me? che cosa mi ha colpito di tutto questo capitoletto evangelico”. Non deve essere lungo il tempo che vi date, l’importante è che sia con calma, vi date un quarto d’ora, che non ci siano distrazioni, non c’è niente, leggetelo fino alla fine, lo rileggete, una, due, tre volte, sottolineate la frase, il verbo, la risposta di Gesù che maggiormente vi colpisce, e poi chiedetevi “perché mi colpisce? Che cosa dice alla mia vita?”. Qual è l’azione caritativa che vi chiedo? Questa sera chi è a casa dica grazie alle persone che ha accanto, dica grazie. Ma non un grazie così, quel grazie deve essere un grazie perché ci sei, un grazie perché ci sono, un grazie perché siamo insieme. E domani fino a domani sera ringraziate negli incontri che fate. State attenti agli incontri che fate: gli incontri che fate non sono casuali, Dio vi parla attraverso gli incontri, Dio vorrà dirvi qualcosa attraverso questi incontri. Perciò amici miei diamoci da fare, spezziamo il nostro pane, diamo vita a coloro che ci chiedono di essere sfamati.

Concludo con una preghiera per chi in modo particolare in questo tempo ha sofferto un lutto a causa della malattia del Covid, per chi è morto solo, magari in preda alla paura, magari in preda all’angoscia. Noi vogliamo pregare per loro, li mettiamo tutti nelle mani della Madonna, certi che la Madre Celeste è sempre stata accanto ad ognuno di questi figli, adesso e nell’ora della nostra morte. Per tutti diciamo: Ave Maria…

I TESTI

Introduzione

O Signore, ci comandi di seguirti non perché tu abbia bisogno del nostro servizio, ma soltanto per procurare a noi la salvezza. Infatti seguire te, nostro Salvatore, è partecipare alla salvezza, e seguire la tua luce è percepire la luce. Il nostro servizio non apporta nulla a te, perché tu non hai bisogno del servizio degli uomini: ma a coloro che ti servono e ti seguono, tu doni la vita, l’incorruttibilità e la gloria eterna. Se tu ricerchi il servizio degli uomini è per poter accordare, tu che sei buono e misericordioso, i tuoi benefici a coloro che perseverano nel tuo servizio. Perché, come tu, o Signore, non hai bisogno di nulla, così noi abbiamo bisogno della comunione con te; infatti la nostra gloria è di perseverare e rimanere saldi nel tuo servizio. (Sant’Ireneo, Contro le Eresie, IV, 13-4; 14,1)

1. La compassione radicale: Gesù, il Volto Misericordioso del Padre.

Nella sua vita mortale egli passò beneficando e sanando tutti coloro che erano prigionieri del male. Ancor oggi come buon samaritano viene accanto ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito e versa sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza” (Prefazio VIII).

L’ideale di Gesù non è la croce, ma l’ubbidienza al Padre: ubbidienza che implica il soffrire e il morire ma, lungi dall’esaurirsi in essi, termina alla vita, alla felicità, alla gloria. In altri termini, il fine è l’amore che nasce dalla fede nel Padre; il dolore rimane un valore “se e nella misura in cui” esprime e alimenta la dedizione personale nell’amore. Sotto questo preciso profilo, Gesù non è un caso di sofferenza, ma il caso paradigmatico, normativo, l’essenziale e irrinunciabile evento rispetto al quale ogni dolore trova senso (cfr. Col 1,15-17; Ef 1; 1Cor 8,6; Ebr. 1,1-2; Gv 1; ecc.). Egli è il senso, l’unico senso compiuto, del dolore dell’uomo.

Nel reperimento di tale senso si frappongono diversi ostacoli:

a) il titanismo, per cui penso di realizzarmi nella lotta eroica, parossistica contro il dolore. Eppure Gesù ebbe paura del dolore;
b) la
rassegnazione, per la quale subisco passivamente o affermando che il dolore è in radice illusione, o sopprimendone la consapevolezza.
Eppure Gesù non subisce, bensì sceglie liberamente e affronta il dolore;
c) la
rivolta, per cui mi ribello a Dio, lo cito in tribunale, lo accuso.
Eppure Gesù si lamenta, ma senza accusare il Padre
d) la disperazione, per la quale perdo la speranza e nego qualsiasi soluzione.
Eppure Gesù non dispera, ma si abbandona con fiducia al Padre.

2. La consolazione orante: l’intercessione

Lo Spirito santo geme con noi, ci sgrava di una fatica, geme in qualche misura al posto nostro e a nostro favore. Infatti non sappiamo esattamente che cosa sia buono chiedere per noi stessi, ossia ciò che corrisponde alla volontà del Padre nei nostri confronti. Questo pregare dello Spirito in noi e per noi è il soccorso, l’aiuto, il conforto che egli dà alla nostra debolezza. Questo genera l’intercessione. In questo senso la preghiera d’intercessione da un lato assume i caratteri della vicarietà, cioè in qualche modo del «soffrire al posto di», sul modello insuperabile del servo di Jhwh, l’«uomo del dolore» (Is 53; cfr. 1Pt 2,21-25; Fil 2,5-11) e, dall’altro lato, trapassa nella solidarietà, precisamente nella compassione intesa come «soffrire con», «soffrire insieme».

Intercedere è: rendermi presente; mettermi in mezzo; stare lì; perseverare in ciò con pazienza e resistenza; essere disarmato, stendere le braccia, con niente da offrire se non me presente; rinunciare a priori a capire tutto, anzi accettare di non capire quasi nulla; stare in silenzio davanti a chi soffre (cfr. Is 53,7); dire tutto a quel Padre che sa ciò di cui i figli hanno bisogno (cfr. Mt 6,8); essere fiducioso nell’onnipotenza del Padre; non giudicare, non condannare, non maledire nessuno; non avere altro scopo che il bene vero del sofferente; essere investito dalla reazione di chi soffre; stare lì come le donne ai piedi della croce (Gv 19,25); entrare nel vivo delle sofferenze umane trasformandole.

3. La consolazione esistenziale: la compassione di Cristo – la compassione del discepolo

La compassione non è: dire (o pensare) a chi (di chi) soffre: «Mi fai compassione!», nel senso più diffuso del termine; non è fingere di non accorgermi, «passare oltre dall’altra parte della strada» (Lc 10, 31-32), magari per non subire l’inquietudine che la sofferenza – ogni sofferenza – fatalmente insinua; non è (solo) benevolenza, cioè voler bene all’altro, volere il bene dell’altro, senza coinvolgimento emotivo: quasi che il vissuto emozionale fosse una sorta di pericoloso contagio che caratterizza una personalità non ancora matura e dal quale difendermi; non è (solo) beneficenza intesa come fare del bene, dare delle cose; non è beneficenza ad oltranza, un darmi da fare spasmodico, un trovare quasi piacere nel fare l’«opera buona», sì da aver bisogno di compiere sempre nuove buone azioni per sentirmi utile, essere quasi dispiaciuto che non succeda nulla che richieda il mio apporto per la soluzione.

Si tratta di attuare una metamorfosi: «cambiare stato facendomi uguale al sofferente» (Kierkegaard, Esercizio del Cristianesimo I, 697.722).

La compassione è: la capacità concretamente realizzata di trovarmi intimamente colpito dalla sofferenza dell’altro; è entrare in comunione con la persona che soffre; è voler perseverare con fedeltà nella comunione con l’altro che soffre. Per consolare il sofferente, mi faccio io sofferente: così la consolazione non viene dal di fuori, ma dal di dentro di me stesso. E cessa di esistere la sofferenza come astrazione, né esiste più unicamente la tua sofferenza: la tua sofferenza diviene mia, in ragione delle «viscere di misericordia» di cui Dio mi fa partecipe, e quindi diviene nostra; è soffrire e morire al posto dell’altro.

“IL DESIDERIO SFAMATO” Mc 8, 1-9

1 In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: 2 “Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. 3 Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano”. 4 Gli risposero i suoi discepoli: “Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un deserto?”. 5 Domandò loro: “Quanti pani avete?”. Dissero: “Sette”. 6 Ordinò alla folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. 7 Avevano anche pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche quelli. 8 Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte. 9 Erano circa quattromila. E li congedò.

Gesù è in territorio pagano, Gesù è l’unico che si accorge che la gente non ha da mangiare. Questa è una caratteristica che tutti gli evangelisti ci presentano, Marco è stato il primo. Cambia radicalmente il rapporto dell’uomo con Dio. Nella religione l’uomo deve chiedere a Dio, l’uomo deve supplicare. Basta pensare nel deserto quante volte il popolo ha dovuto chiedere “Mandaci un pane”, e venne la manna, quindi è il popolo, l’uomo, che deve supplicare Dio, chiedere con insistenza.

Con Gesù tutto questo cambia. Con Gesù anche la preghiera cambia completamente di significato e di senso. Non c‟è da chiedere nulla al Padre perché Dio non soddisfa i bisogni e le necessità degli uomini, ma li precede. Quindi non c’è da segnalargli un’emergenza, non c’è da fargli presente una necessità, perché lui già ci ha già pensato. Quindi il Dio, che si manifesta in Gesù, è un Dio che precede i bisogni degli uomini, Se Dio precede i bisogni degli uomini, cosa gli vogliamo chiedere? Cosa gli vogliamo consigliare o ricordare?

1 In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: 2 “Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare.

Rare volte Marco incomincia un brano con “in quei giorni”, in genere dice: “subito dopo”. Cosa vuol dire “in quei giorni”? Il racconto ci parla di “quei giorni” e ce ne parla “ora”. Noi ricordando ora, quei giorni, siamo presenti a quei giorni, quindi il ricordo attuale rende presente quei giorni.

C’è molta folla, non c’è da mangiare – e il tema fondamentale di tutti questi capitoli è il mangiare, è il vivere, non si può vivere e nel brano precedente si diceva: perché c’era una folla che andava e veniva. Qui non si dice più il perché si dice che manca il cibo, manca la vita. E Gesù dice: ho compassione di questa folla. Il tema fondamentale del pane è la compassione. La sorgente del pane è la compassione. La parola compassione vuol dire “patire-con”: è la qualità fondamentale di Dio. Ogni azione che non nasce dalla compassione non serve a nulla, distrugge tutto.

1 In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: 2 “Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare.

La compassione è quel sentimento profondo che fa sì che tu davanti al male, senta come tuo il male dell’altro ed è l’espressione più profonda dell’amore: il patire-con, com-passione. Il sentire come tuo il bene e il male dell’altro. Il che vuol dire che l’altro ti sta dentro, lo senti. E Dio è compassione. È la forma più profonda di amore, cioè senti l’altro, il suo bene, il suo male, come tuo.

Sotto la parola compassione in greco c’è un termine che significa “viscere”: sono viscere materne, cioè Dio è madre. In ebraico c’è una parola che vuol dire “utero”. È la maternità. Non può non sentire noi come parte più profonda di sé. E Luca parla della santità di Dio, di Dio che è diverso. Perché Dio è diverso, perché Dio è Dio? Dio è Dio, perché è misericordia, perché è “utero materno”. E qui dice: diventate misericordiosi come il Padre, è la legge di santità.

Quindi questa compassione, questa misericordia, questo sentire l’altro è la qualità più profonda di Dio da cui scaturisce la vita. E noi stessi partecipiamo della vita nella misura in cui abbiamo compassione. Fino alla compassione non viviamo. Chi non sente l’altro, chi non ama, non vive, rende impossibile la vita a sé e agli altri. E come all’origine del mondo c’è l’amore, la compassione, la maternità di Dio, così all’origine di ogni relazione che sazia, di ogni pane positivo c’è questa compassione e questa relazione. Se no, c’è il pane che dà la morte, c’è il pane del potere, il pane del dominio, il pane dell’amarezza, il pane rubato, il pane che manca.

3 Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano”.

Si parla del “cammino” e del “venire da lontano”. Venire da lontano nel Vangelo di Marco è per i pagani. E il cammino è il cammino verso i pagani. Quindi mentre nella prima moltiplicazione avanzano dodici ceste – ricorda le 12 tribù di Israele – e questa moltiplicazione dei pani è probabilmente indirizzata a Israele, cioè il pane e la vita sono dati a Israele, qui il pane e la vita non sono dati solo a Israele, ma anche ai lontani. È interessante allora che questo pane sia dato ai “lontani”. È per tutti.

4 Gli risposero i suoi discepoli: “Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un deserto?”.

I discepoli avevano già visto che si potevano saziare. Ma l’uomo dimentica. Dimentica l’azione di Dio. Si ricorda delle sue possibilità. Le nostre possibilità sono sempre uguali: c’è deserto, manca il pane, se un po’ ne abbiamo, teniamocelo. Cioè facciamo memoria dei nostri limiti, di quel che ci manca, dell’insufficienza. Noi ci fermiamo sempre sull’insufficienza, e anche se abbiamo tanto, diciamo: e se capita una carestia? E se capita un incidente? Se capita …? Facciamo sempre memoria dell’insufficienza di vita. E quanto più uno ha quanto più fa memoria dell’insufficienza, quindi sacrifica la vita a questo. E si dimentica invece che il problema non è sommare, ma condividere.

Quindi, come si fa a saziare in questo deserto? È semplice: basta condividere quel che c’è. Non c’è da moltiplicare i beni, non c’è da assommarli, anzi, mancano per questo. Quindi i discepoli non hanno ancora capito lo spirito: come si fa a mangiare, a vivere in questo deserto?

5 Domandò loro: “Quanti pani avete?”. Dissero: “Sette”.

Si cerca sempre la soluzione altrove, fuori. E Gesù dice: quanti pani avete? Cercatela lì la

soluzione. È la stessa domanda che ha fatto l’altra volta: quanti pani avete? Andate a vedere.

Era probabilmente la loro scorta personale: sette pani. Quindi il problema è mettere in gioco la propria scorta. Non fare soluzioni globali, pianificate per tutto il mondo. Se ognuno è disposto a mettere in gioco la sua parte, il problema del mondo è già risolto. E, mentre l’altra volta avevano cinque pani e due pesci, qui hanno sette pani. È il numero della perfezione: sette. E nella ripetizione nasce un po’ alla volta anche la perfezione. Anche se uno non ha capito bene! Anzi, questo pane è il pane che ci introduce nel settimo giorno, cioè nel senso della vita e della creazione.

Il pane è il modo di vivere, ci dà la vita stessa di Dio questo pane, che è quello che celebriamo nell’Eucaristia e che va celebrato quotidianamente nella vita. Il problema è cosa si fa di questo pane che è già perfetto. Qui non manca nulla. Noi diciamo che manca. No, non manca nulla, dipende da come lo prendi.

6 Ordinò alla folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla

Questo testo ci è familiare. Ogni volta nell’Eucaristia lo si ripete. Richiama l’ultima Cena ed è il senso di tutta la vita di Gesù, il senso della sua morte e della sua resurrezione. Ora qui è descritto in termini molto semplici, attraverso poche parole, che cosa fa Gesù col pane. Vediamo cosa fa Gesù col pane: lo prende: il pane è la vita. La vita noi la prendiamo. Però ci sono due modi di prendere, che abbiamo già visto. Prendi dicendo: è mio, con il pugno chiuso; o prendi dicendo: grazie, con la mano aperta.

Se prendi dicendo: è mio, e possedendo, ti interessa la cosa, la cosa diventa il tuo assoluto, sacrifichi la vita al pane e muori. Lo sottrai ai fratelli e nasce ogni forma di lotta. Se tu, invece, prendi aprendo la mano e ricevi quel pane come dono del Padre, insieme a quel pane che cosa c’è? L’amore del Padre! È questo il pane che sazia! Quel pane diventa relazione, amore, vita. Quel pane che prendi come dono, poi lo condividi coi fratelli.

Allora sono due modi diversi di prendere il pane, la vita: se la prendi come dono, allora nel dono c’è il donatore e quindi il pane è segno di amore. E per pane si intende tutto. Non si intende solo il frumento. Nel pane non c’è solo il frumento che è la natura, ma c’è il lavoro, le relazioni, la cultura, la storia, c’è tutto quello che è natura e cultura. È dono. Se tu te ne impadronisci, lo distruggi.

Se tu lo ricevi come dono, questo è un gesto di comunione con chi dona. Se tu fai il “feticcio” del pane, è il tuo assoluto, è il tuo dio. Sacrifichi la vita a quello e perdi la vita per il pane. Se il pane invece è dono, richiama il Donatore, è comunione. Cosa fece Adamo: è stato creato a immagine di Dio, è il dono che Dio gli ha fatto. Lui volle “possedere” ciò che era “donato”. Non puoi possedere ciò che è donato. Perché ciò che è donato è segno d’amore di chi dona.

Se dici: è mio, non è più un dono. Se tu rubi una cosa che ti viene donata, è orribile. E noi rubiamo le cose. Ne facciamo un feticcio, l’assoluto. Questo è il modo di vivere la morte. Ma non solo per le cose, la prima cosa sono io stesso, io sono il primo dono che Dio mi fa. O mi accolgo come dono, come segno di amore, o non ha nessun senso la mia vita, perché sono al mondo?

Che male ho fatto? Che debito devo pagare? Quanto costa? O mi prendo come dono di amore, mi accetto come tale e rispondo come amore, donando la vita, o non so perché sono al mondo. Quindi il problema fondamentale è come si prende: se si prende con mano aperta o chiusa.

A mano chiusa, per possedere, principio di morte; oppure come dono, principio di vita. Nel dono ogni cosa diventa simbolica. E l’uomo vive di simboli: l’uomo non è come il cane che mangia dalla sua ciotola ringhiando al vicino. L’uomo mangia insieme e il cibo diventa comunione, diventa famiglia, diventa affetto. Questo è il cibo che sazia. Il cibo non è solo conservazione dell’individuo, è comunione di persone. Così la sessualità tra le persone non è conservazione della specie, è comunione di persone. Cioè è proprio il valore simbolico che fa la differenza tra l’uomo e l’animale. Nelle stesse identiche cose.

Il valore simbolico dà vita, dà ragione, dà senso, dà comunione. Il feticcio, invece ti uccide, sacrifichi la vita a quello, sei sacrificato tu e non vivi più. Di fatti, il problema della nostra civiltà non è la mancanza di pane, è che abbiamo infinito pane, affoghiamo, ma non ci sazia. Bisogna far tante diete, e neppure queste saziano. Proprio perché ci manca la relazione. È questo il pane che sazia. E la relazione è il dono. Per cui, la prima cosa: prende i sette pani. E rende grazie: prende non guarda la cosa, ma guarda la persona.

Qui è relazione con la persona. Per cui è contento, non della cosa, ma della persona. Sono contento dell’amore che ricevo in questa cosa. Ogni cosa è segno di grazia, di amore. E rendo grazie, cioè restituisco amore. Cioè fa entrare in circolazione l’amore in ogni cosa, in ogni creatura.

E allora posso anche “spezzare e dare”: in quanto ricevo sono figlio; in quanto spezzo e dono sono uguale al Padre. Non sono minorenne e minorato per tutta la vita, ma ho lo stesso spirito del Padre. L’amore che ricevo, lo so anche dare. È il circuito della vita, del Figlio, di Gesù che è il circuito della vita che c’è in ogni uomo. Se interrompi questo, è la morte.

Gesù è venuto a riaccendere questo circuito attraverso il dono di Sé, attraverso il Suo Pane, attraverso l’Eucaristia, la sua Vita, la Fraternità. E questo pane lo dava ai discepoli: vuol dire che “continua” ancora a darlo, ha cominciato e non ha finito. È un’azione all’imperfetto, non è ancora finita. E i discepoli, cioè ciascuno di noi, dando questo pane, in realtà diamo ancora Lui, perché il pane è l’amore e l’amore è Dio; noi comunichiamo Dio e Dio si comunica attraverso il nostro condividere il pane, condividere la vita.

Questo breve versetto è la sintesi di tutta la Scrittura e rappresenta il modo nuovo di vivere dell’uomo. È l’uomo che prende, rende grazie, spezza e dona, come Dio. È l’uomo che diventa Dio. È diverso dall’uomo lupo che afferra, ringhia e morde.

7 Avevano anche pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche quelli.8Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte. 9 Erano circa quattromila. E li congedò.

Si sottolinea anche il fatto dei pesciolini, a parte, per evidenziare il pane. E il pesce è un simbolo di Cristo per un motivo molto semplice: non solo per l’anagramma di Gesù Cristo Dio e Salvatore, ma anche perché il pesce e un animale che vive nell’abisso dove l’uomo muore. Cristo vive nella morte. E poi viene sulla terra, muore e dà la vita per l’uomo. Lui è venuto sulla terra e con la sua morte ha dato la vita all’uomo. Quindi il pesce è simbolo di Cristo. E di questi pani mangiarono e furono sazi.

Del pane dato così si mangia e ci si sazia. La grossa maledizione è mangiare e non essere sazi. Conosciamo tanti cibi che non ci saziano. Non basa mai il cibo se non c’è dentro il condimento dell’amore di chi lo dà. Tant’è vero che il bimbo che manca di affetto mangia tanto. Una sgridata la ricompensi con un dolce, il bisogno di dolcezza… ma di altre dolcezze. È comprensibile. Con questo cibo mangi, vivi e ne vivi a sazietà, ti dà la vita piena, la gioia. E ne avanzano sette sporte.

Richiamano i sette diaconi che dovevano dare il pane alle vedove dei pagani. Cioè, richiama ancora il mondo dei lontani e dei pagani. Ne avanza un numero perfetto anche per i lontani. Per cui il numero sette è più di dodici – là ne avanzarono dodici, simbolo delle dodici tribù d’Israele; qui sette che richiama tutti i popoli e i sette diaconi che dovevano pensare alle vedove dei pagani che sono tutti i popoli. Poi qui mangiano quattromila; là cinquemila.

Cinquemila richiama la prima comunità cristiana di Atti 4,4 che dice: erano cinquemila che vivevano così. Qui invece sono di più, perché sono… quattromila! Quattromila è mille (vuol dire: infinito) per quattro, che sono i quattro punti cardinali: quindi l’infinito per tutto il mondo. Non è più solo la prima Comunità, ma tutto il mondo è chiamato, il mondo dei lontani; il numero sette richiama i diaconi per i pagani; e questo quattromila con le quattro direzioni: tutto il mondo è fatto per essere saziato da questo pane, nessuno escluso